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Last Train Home
26/04/2012, 02:55 - di Carlo Natalicchio


Roma – Milano: 78-91. Roma resiste giusto un quarto, il primo, mettendosi a zona 2-3 dal primo minuto. Poi il declino, inevitabile, fino a salire sul predellino dell’ultimo treno. Per tornare a casa, definitivamente
Per avere idea dell’atmosfera che si poteva percepire al PalaTiziano in questa serata di primavera inoltrata, basta piazzarsi comodi, magari sul divano o su una poltrona, cuffia in testa (o un buon stereo), e mettere nel lettore CD “Last Train Home”, brano di Pat Metheny del 1987. Il brano è famoso, anche se non molti sono in grado di associare immediatamente la musica al titolo ed all’autore, ma per certo – almeno una volta – sarà capitato di averlo ascoltato e, inevitabilmente, ci si sarà sentiti un po’ tristi e un po’ malinconici.
Last Train Home: l’ultimo treno che può riportarti a casa. Perso quello non hai più alcuna speranza: devi restare dove sei, magari dormire in stazione oppure cercare un mezzo alternativo, una nuova via di uscita. Prendere l’ultimo treno, si, ma non per arrivare ad una nuova destinazione, un nuovo luogo, una nuova avventura: tornare a casa, semplicemente. Smettere di muoversi, di viaggiare, di cercare nuovi orizzonti. Tornare a casa e non sapere se da lì ci si muoverà più.
A volte è bello, altre volte meno.
Questa è una di quelle volte in cui bello non è.
Last Train Home, che inizia con le spazzole a ritmare sul charleston a fare da tappeto sonoro per ricordare l’incedere del treno, assomiglia al primo quarto di questa partita: lento e ritmato. Milano a cercare di far girare palla per superare la zona 2-3 piazzata da Calvani dal primo minuto – extra-pass che alla fine frutteranno il 57% dall’arco con tiri aperti e incontestati – e Roma a muoversi sul ritmo di questo treno che iniziava a muoversi, cercando il gioco interno perché da fuori proprio non entrava nulla. Poi entra il piano ad accoppiarsi alla chitarra synth, mentre il basso continua a sottolineare sempre di più la velocità del treno, e Milano accelera anch’essa, strappando dieci punti in tre minuti in concomitanza del ritorno della difesa ad uomo, fino al +8 con il quale chiude il secondo quarto.
Quindi arrivano le voci: un misto malinconico e crescente, evocativo di altri momenti, di altre stagioni in cui incontrare Milano voleva dire combattere anche solo per una vittoria di prestigio – ma voleva dire combattere. E in quel crescendo Milano allunga, con Bourousis che passa da 2 a 14 punti nel giro di dieci minuti – quasi tutti dalla lunetta – mentre il divario si allarga oltre la doppia cifra, sul +17 esterno per attestarsi sul 57-74 alla fine del terzo quarto. Quindi ancora la chitarra synth, a punteggiare di sonoro il ritorno straziante di orgoglio di Mordente – cinque punti in apertura di ultimo periodo e timeout di Scariolo che non basta per fermare il ritorno alla singola cifra di svantaggio – per poi iniziare a percepire il calare del suono, il discendere verso lo sfumato ed intuire l’allontanarsi del treno, il suo procedere verso casa senza alcuna speranza di poterne scendere al volo e cercarne un altro, magari più veloce, magari meno malinconico, magari meno rassegnato.
Ecco: a ben vedere, la partita di stasera si potrebbe davvero descrivere così, sull’onda di un brano musicale che lascia una vena di tristezza, ma si farebbe torto all’autore del brano e persino alla musica stessa, perché di brano bello si tratta, e meriterebbe ben altro paragone.
Che si potesse perdere, peraltro, si sapeva – ed anche che si potesse perdere di venti o giù di lì: non era questa una delle partite da vincere. Teramo, Cremona, Biella. Financo Venezia o Sassari o Bologna: queste sarebbero state da vincere. E lasciare Siena, Cantù e Milano come delle partite di prestigio, inutili per raggiungere un obiettivo ma importanti per dimostrare di esserci, di saper ringhiare quando necessario.
E invece no, niente strattoni al guinzaglio: l’osso mollato subito di fronte al cane più grosso, senza nemmeno ribellarsi più di tanto. Gioco in difesa – quasi di rimessa: dieci minuti di zona per provare a tenere a bada il roster lunghissimo di Milano e poi, una volta che questi hanno preso le misure, il passaggio alla uomo per confondere le idee e prenderne invece tanti, troppi in tre minuti dapprima, e poi nei successivi fino al 40'. Hairston che insegue Tucker, che lo marca faccia a faccia. Scariolo che mette dentro il doppio play per svincolare Cook dal gestire palla e dargli fiducia dall’arco. Varnado a cui devono insegnare come si porta un blocco per il pick ‘n roll (e anche come si difende, sul pick ‘n roll). Tonolli che gioca sedici minuti, partendo in starting five, che non accenna neanche una finta di tiro. Datome che tira sempre marcato, perché non c’è meccanismo che riesca a liberarlo al tiro. Maestranzi che è come non ci fosse. Kakiouzis che si fa andar via Melli di mancino per la chiusura in bimane. Melli che nell’azione successiva ruba palla e va per la seconda bimane consecutiva chiudendo di fatto la partita. La curva che sullo svantaggio in doppia cifra incomincia ad intonare “La società dei magnaccioni”. Gli spezzoni di frasi percepite a fine partita, fra la gente che si allontanava, la cui parola più usata era: agonia.
Non c’è altro da dire, altro da raccontare. Nessun dettaglio tecnico. Nessuna partita da descrivere ulteriormente. Nulla.
Siamo sopra quel treno, e torniamo a casa. Ma non sappiamo se potremo mai ripartire.


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