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L'ennesimo cambio in panchina. L'ultimo?
27/01/2012, 17:53 - di Marco Bonfiglio


Via Lardo a gennaio sostituito dal vice Calvani, come da tradizione di questa Virtus da basso Medioevo. Se ne va un coach che non ha lasciato traccia, come tanti prima di lui, ne rimane un altro che non la lascerà. Almeno fino a quando non lascerà questa dirigenza
Che Virtus sarebbe, senza un tradizionale esonero di inverno? Va in questa maniera da tre stagioni: Repesa anticipò di un mese l'iter e si tolse dai piedi a dicembre, Gentile lasciò il posto a Boniciolli più o meno nello stesso periodo, Boniciolli imbustò le dimissioni lo scorso gennaio e adesso è il momento di Lardo. Che va in soffitta con il peggior record in stagione regolare dell'era Toti, che verrà ricordato come un coach dall'impronta difensiva che ha avuto una squadra incapace di difendere, incapace di attaccare, incapace di dare l'impronta aggressiva che tutte le sue squadre hanno sempre avuto.
E' pieno di grandi classici, nella capitale. Giocatori famosi altrove per le loro qualità di combattenti che diventano turisti spanciati sulla spiaggia quando vengono nel Raccordo Anulare, allenatori che hanno spremuto il nettare dalle rape che non sono in grado di spiegare come si aiuta sul primo passo dell'attaccante avversario. Un grande classico è diventato appunto l'avvicendamento del tecnico a metà campionato, in un posto dove fino a Repesa chi si sedeva sulla panca ci rimaneva fino alla bella stagione (poi magari scappava in estate, ma questo è un altro discorso). E' stata un'escalation di abitudini negative, oltre che di risultati. Una conseguenza dell'altra, ovviamente, ma non consola. Non è dato sapere, né si saprà, quanto Lardo abbia avuto insieme a Riva carta bianca nella costruzione della squadra e quanto invece certi giocatori, difesi ufficialmente e apertamente davanti alla stampa, siano realmente stati desiderati. Tra mele marce (Dasic) mele semi-marce (Djedovic) e mele andate a male (Tucker) in ogni caso ce n'è abbastanza per dire che l'impostazione tattica nella costruzione del roster ha avuto senso pari a zero, e di questo general manager e coach sono direttamente responsabili. Lardo aveva insegnato a mischiare le difese alla serie A all'inizio del secolo, ha salvato Rieti in condizioni impossibili, ha battuto Siena in una partita playoff lo scorso anno allenando Bologna. Era uno con le idee chiare e il curriculum solido per il lavoro che gli si chiedeva, come ce l'avevano Bucchi, Pesic, Repesa e Boniciolli. Qui è andato in eclissi, ha chiamato a raccolta la gente promettendo battaglia, ha iniziato anche perdendo qualche partita per dettagli (quattro supplementari) è andato a comandante Schettino nel finale, quando per tappare le falle ha scaricato le responsabilità sui giocatori e dato vita a una serie di incogruenze che non hanno fatto capire chi è che mente e chi è che dice la verità in casa Virtus (reality show che potrebbe essere venduto alla Endemol per sostituire il Grande Fratello, a occhio). La faccenda ora è affidata a Calvani: che almeno, se proprio non si poteva evitare l'ennesima figuraccia, era inutile andare a pescare all'esterno un nuovo coach quando a fine stagione si azzererà tutto e si ricomincerà, non si sa da dove.
Ora, da Boniciolli in avanti chi si è seduto in panca lo ha fatto con l'intento dichiarato di far tornare la voglia di basket al presidente. Bene: il presidente ha dichiarato, in mezzo alla stagione, che molla a fine stagione. Era chiaro a tutti che non poteva essere un allenatore a fare tornare gli stimoli a uno che di stimoli non ne ha più da quando perse a gara cinque con Biella nel 2009, però lo stridere tra le dichiarazioni iniziali e i risultati finali fa sensazione lo stesso. Si potrebbe anche aggiungere che nessun dipendente lavorerà mai bene se sa che il suo principale a fine stagione chiuderà bottega, ma qui i dipendenti rendevano meno del potenziale anche quando erano tranquilli della busta paga per l'anno in corso e per i successivi, quindi l'intoppo sta altrove. Quello che succede a Roma è l'estremizzazione di un malessere, di una società che non ha mai funzionato perché non è mai stata una vera società e non è mai stata funzionale, quindi, agli obiettivi che si prefiggeva. Il fatto di cambiare allenatore sapendo di non sapere quale sarà il futuro non migliora la situazione, né migliora un roster che non ha chiaramente un play, che non ha un punto di riferimento offensivo nell'unico americano del roster, che non ha sostanza dai lunghi e che le cose migliori le ha fatte vedere nell'insofferenza degli slavi e nella cronica incapacità di difendere nell'uno contro uno. Non è questione di Coppa Italia, di playoff che mancano per il secondo anno consecutivo, di retrocessione che non è a rischio solo perché ci sono altre squadre che andranno comunque peggio, indipendentemente da come andrà qui. E' la progressione di eventi quasi tutti negativi, quasi sempre peggiori di quelli negativi che li hanno preceduti, in ogni caso svilenti per la pallacanestro romana. I chiodi si staccano dai quadri all'improvviso, ma il tramonto è sempre progressivo, è sempre un'ombra scura che ogni minuto che passa si allunga sul panorama e lo inghiotte confondendone i confini. Dovrebbe essere l'ultimo passo prima del buio, o meglio prima di una nuova alba. Se ne faceva volentieri a meno, per il semplice fatto che fare finta di essere una società viva, come vuole il cambio di allenatore, è come spingere l'interruttore della luce sapendo che già da tempo ti hanno staccato la corrente. Una volta un minimo di illusione la produceva pure, adesso è solo un mesto rimescolare una minestra rancida. Si inghiotte anche questo boccone, poi è ora di lavare i piatti e pensare al prossimo pranzo. Con portate differenti, dal prossimo anno.


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